L' A N G O L O ..D E L.. S O R R I S O

Lettori fissi

martedì 5 luglio 2016

domenica 3 luglio 2016

BUD, L'EROE BUONO


                  
Detesto i coccodrilli e i post di circostanza, che si scrivono quando un personaggio noto scompare, ma stavolta farò un eccezione, voglio spendere qualche parola per Bud Spencer, il noto attore recentemente scomparso. Tutti avranno visto, almeno una volta nella loro vita, un suo film. Egli è stato il prototipo del gigante buono, dell’eroe senza macchia e ha dato vita, assieme al suo collega Terence Hill, a un paio di generi cinematografici gustosi e originali: il Fagioli Western e l’Action Comedy all’italiana
Nei giorni scorsi, alcune testate nazionali hanno riportato la notizia della sua morte, limitandosi a dire che era nato a Napoli, aveva girato 135 pellicole, pesava 125 kg e portava scarpe numero 47.
Ma Bud, al secolo Carlo Pedersoli, era molto di più, era l’amico che molti avremmo voluto avere, l’uomo che, incrociando per strada, ti veniva spontaneo salutare o abbracciare. E ciò per una ragione molto semplice, perché era una brava persona, un vero galantuomo, lontano mille miglia dalla prosopopea e dalla supponenza delle cosiddette "stelle dello spettacolo", che si danno un sacco di arie, anche se hanno fatto soltanto qualche comparsata.
Pirandello sosteneva: “È molto più facile essere eroi che galantuomini”.  Bud è stato entrambe le cose, sia sullo schermo che nella vita privata: sempre rispettoso nei confronti di tutti, specialmente delle donne. Nutriva un grande amore per la moglie, tant’è che il suo matrimonio è durato ben cinquant’anni.
Nonostante l’imponente mole ed il ghigno da duro, era una persona mite e generosa, odiava la volgarità e il turpiloquio; infatti nelle sue pellicole, non si trovano mai scene scabrose o parole fuori posto.  
I suoi sono film semplici, lineari, senza pretese, non possono certo annoverarsi fra i capolavori; e l’artista partenopeo lo sapeva bene, tant è che rifiutò di lavorare con Fellini.  “La ringrazio, ma  non sono un attore” rispose umilmente, quando il Maestro voleva scritturarlo per il suo Satyricon ed aggiunse che non faceva teatro, perché lo riteneva un genere riservato agli attori veri.
Si è parlato spesso della violenza dei suoi film, nei quali legnate e scazzottate non si lesinano. Si tratta però di una violenza ironica, paradossale, di taglio decisamente fumettistico e perciò divertente e innocua, adatta anche ai bambini. Basta vedere gli esilaranti cinque minuti finali di CHARLESTON per rendersene conto.
E' una violenza che non va confusa con quella degli autori splatter, non tanto perché le pellicole di questi ultimi propongono sangue e morte a profusione, quanto perché il loro intento umoristico non è affatto scontato. 
Vi sono autori che spacciano le proprie pellicole sanguinolente come opere ironiche, mentre in realtà vogliono compiacere la parte più retriva ed oscura celata dentro di noi. 
Nel suo volume intitolato "Voglio vedere il sangue. La violenza nel Cinema" Gandini sostiene che: "La nostra civiltà non ha mai smesso di provare un’attrazione colpevole per la violenza”.
Ma il problema vero non consiste nella percentuale di brutalità e sangue presente sullo schermo, quanto nella prospettiva morale che la sorregge, se essa in definitiva premia il Bene e punisce il Male, secondo una dicotomia, sia pure ingenua e superata, ma indispensabile ad una società inquieta facilmente influenzabile (in negativo) e dall'agire spesso aberrante.
Le frenetiche scazzottate dei film di Spencer sono giustificate da ragioni chiare ed incontrovertibili, Bud incarna, in sintesi, un modello d'eroe positivo: burbero e umano, forte e incruento, brusco e indulgente, sempre tempestivo e provvidenziale e per questo amato da bimbi e persone miti. 

                          N. Davemport 

martedì 28 giugno 2016

COLORS




Quel 26 luglio la calura si era impadronita completamente della città.
La circolazione, per quanto ancora cospicua, permetteva  già un agile manovrare nel reticolo cittadino.
Ma quando i semafori, in piena autonomia, decisero di cambiarsi tutti i colori, il delirio si rivelò improvviso.
Banditi il rosso, il giallo e il verde, completamente svalvolata ogni sincronizzazione.
I primi incidenti avvennero tra chi cercava di capire se davvero era un rosa shocking quello che vedeva, e chi era rimasto abbagliato da un blu elettrico indicibile.


Il malva e il marrone stavano creando disastri, ma erano il seppiato e il turchese acceso a far impazzire di più.
Tamponamenti a catena e frontali irrimediabili in gran parte dei casi.
L’indaco e il lavanda stordivano invece, ma senza far perdere eccessivi orientamenti...
Quando si rimediava all’incidente, comunque si creavano capannelli di curiosi che crocicchiavano in strada cercando di analizzare il fenomeno.. i centralini del Comune stavano impazzendo ovviamente
Il sindaco, daltonico da sempre, non riusciva a capacitarsi della problematica.
Forse anche per questo era un convinto fautore delle rotatorie ad oltranza
Era fuori dai gangheri ora, e stava aspettando il capo dei Vigili Urbani, convocato d’urgenza.

Avrebbe atteso invano però.



Questo si era appena schiantato contro un tir abbagliato da un semaforo pervinca, mentre  sfrecciava dal Sindaco, immaginando che quel pistacchio anticato che gli era sembrato di scorgere, fosse solo un verde sbiadito dal solleone estivo.


lunedì 27 giugno 2016

DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA

(Fra parodia e dramma) 


Quest’anno cade il quattrocentesimo anniversario dalla morte di Miguel Cervantes e desta un certo stupore che, nelle rubriche letterarie di giornali e tv, quasi mai si parli del Don Chisciotte, uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo d’ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese. E allora, com’è possibile che un libro così noto non compaia in alcuna classifica? Che ragione può esservi? Che si tratti di semplice omissione, o c’è dell’altro? 
L’unica spiegazione possibile è che forse sul libro pesa ancora un vecchio luogo comune: che si tratti di un’opera minore. A sostenerlo sono alcuni “riduzionisti”, convinti che il Don Chisciotte sia una storia umoristica, burlesca e perciò priva di valore universale.
Una simile posizione è riconducibile, molto probabilmente, all’interpretazione di Auerbach, il quale nel suo Mimesis sostiene che l’opera di Cervantes altro non è che un gioco parodistico, una vicenda di estrema bizzarria, ispirata forse alle teorie di Erasmo e al suo celeberrimo Elogio della Pazzia. 
Effettivamente, l’intenzione originaria dell’autore, quando si mise a scrivere il suo libro, era quella di ridicolizzare i romanzi cavallereschi, che con i loro eccessi e la loro retorica creavano soltanto illusioni fra le persone semplici, sia quelle del ceto medio che del popolo. 
Il Don Chisciotte nacque perciò da un profondo sentimento di disinganno, che rispecchiava il senso di delusione e stanchezza, diffuso in Spagna alla fine del Millecinquecento, e originato dalla politica fallimentare perseguita da Filippo II con l’ambizioso progetto d’imporre la propria supremazia politica e la propria ortodossia religiosa all’intera Europa. 
Nacque così nella mente di Cervantes l’idea di un signorotto di campagna, che esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, decide di recarsi giro per il mondo, col nome di Don Chisciotte della Mancia, pronto a perseguire gli ideali più alti: giustizia, pace, verità e difesa degli oppressi. Costui, prima di cominciare le sue imprese, ribattezza il malandato cavallo col nome di Ronzinante e si sceglie una donna del contado locale, che chiama teneramente: Dulcinea del Toboso. 
Dopo essersi fatto armare cavaliere da un oste, si mette finalmente in viaggio. Dapprima, cerca di difendere un giovane malmenato da un fattore, ma peggiora le cose; successivamente, pretende che alcuni mercanti rendano omaggio alla sua Dulcinea, ma costoro gliele suonano di santa ragione. Ripara quindi a casa, piuttosto malconcio e, una volta guarito, si rimette in cammino con al fianco uno scudiero, Sancio Panza, un rozzo campagnolo al quale ha promesso gloria e ricchezza. Intraprende così nuove avventure ed incorre in altri guai. Don Chisciotte sembra agire in preda alle allucinazioni: lotta contro i mulini a vento, che gli sembrano dei temibili giganti; cerca di liberare alcuni galeotti, che ha scambiato per vittime innocenti, etc. Dopo un’ulteriore pausa, riparte, compie nuove gesta e giunge a Barcellona, dove il Cavaliere della Bianca Luna, lo sfida a duello e lo vince. Costui gli impone di ritornare al suo paese ed egli, ligio alle norme della cavalleria, ubbidisce. Una volta a casa, un po’ per le immani fatiche sopportate, un po’ per lo smacco subìto, si ammala e poco dopo muore.
E’ evidente che il romanzo si dipana attraverso situazioni alquanto comiche ed a volte anche grottesche, che parrebbero avere l’unico scopo di muovere al riso. Tuttavia, c’è tanta sproporzione fra gli sforzi del protagonista e i drammatici effetti cui essi danno luogo, che il lettore dapprima sorride, ma poi finisce col commuoversi. 
Ciò che a prima  vista appare soltanto una facezia, ovvero un pretesto per divertire, si carica progressivamente di significati seri, profondi, che inducono a riflettere. D’altra parte, è noto che i messaggi più efficaci passano, a volte, proprio attraverso l’ironia. Così si spiega, ad esempio, come il singolare contrasto fra l’elegante figura di Don Chisciotte e quella rozza del suo scudiero non possa essere soltanto una trovata umoristica fine a se stessa, ma serva a simboleggiare il più importante contrasto fra idealità e venalità, spirito e carne.
In questa chiave possono leggersi anche gli aspetti più controversi dell’opera, cioè quelli legati all’irrazionalità del protagonista, che compie azioni assurde, che vanno contro ogni logica comune (vedasi, ad esempio, l’assalto ai mulini a vento, scambiati per giganti; oppure quello ai monaci pellegrini, presi per briganti). 
Contrariamente a ciò che alcuni pensano, tali aspetti non furono ideati da Cervantes per celebrare la follia, intesa come espressione di un’irrefrenabile vitalità dell’uomo, quanto per "rimescolare le carte" e mettere in discussione l’esistenza di una realtà univoca, preordinata, certa ed immutabile. L’effetto di questo rimescolio disorienta un po’, ma conferisce alla sua opera un’inatteso risvolto politico, la cui portata, probabilmente, va al di là delle intenzioni dello stesso autore. Attraverso il gioco di specchi, che confonde i piani del reale e dell’irreale, può adombrarsi infatti una testimonianza di sfiducia nel proprio tempo e negli stessi assunti rinascimentali, volti orgogliosamente a celebrare l’onnipotenza dell’agire umano, guidato tutto dalla razionalità. 
A questo punto, non si può più sostenere che il Don Chisciotte sia una divertente parodia che parla delle imprese di un matto. E’ invece la vicenda di un puro, di un ingenuo, che nell’impatto con una realtà dura, ostile, difficile, smarrisce l’orientamento. E in un mondo dominato spesso dall’ipocrisia e dalla menzogna, può capitare che si perdano le “coordinate” e si  finisca col confondere il concreto con l’astratto, il vero con il falso.  
Ma quella del Cavaliere della Mancia non è una follia vera e temibile, è il male di chi, in seguito alle ripetute delusioni subite, opera un taglio fra coscienza e vita, rifugiandosi in una dimensione più sopportabile, quella della visione e del sogno. Egli non è un balordo, ma incarna la voglia di ribellione e di riscatto che è in ogni giusto, anche se l’inadeguatezza dei mezzi impiegati per perseguire i propri fini lo rende ridicolo e lo conduce inesorabilmente al fallimento.
Perciò, quando alla fine delle sue avventure si ravvede e comprende l’inutilità delle sue imprese e l’irrealtà delle sue visioni, preferisce morire, perché un mondo che pretende di essere assennato, quando tale non è, non può essere il mondo di chi si è nutrito soltanto di ideali.
E’ questo epilogo che più d’ogni altra cosa rende in pieno il valore poetico dell’opera e sancisce l’importanza e l’attualità del suo messaggio, facendone il caposaldo del romanzo moderno. 

                                  Nigel Davemport

mercoledì 22 giugno 2016

GOLDONI & VENEZIA




Non so perché, ma ogni volta che penso a Venezia, la mente fa un balzo all’indietro nel tempo e vedo Goldoni affacciato alla finestra della Cà dei Cent’anni, la sua casa natìa, sita fra il Ponte dei Nomboli e quello di Donna onesta, mentre lungo i canali scivolano piano le gondole e dalle calli riecheggiano voci di uomini, donne e bambini. 
E’ un dolce fraseggio, un ciacolar incessante e sommesso. La gente parla di tutto: facezie e temi importanti, affari, amori, tormenti e pettegolezzi. 
Intanto don Carlo osserva, ascolta e registra ogni cosa nel vivace crogiolo del proprio intelletto. 
Ma perché è tanto attirato da ciò che succede intorno? Se la domanda è banale, la risposta è persino scontata: perché è sempre stata l’umanità ad ispirare gli artisti, siano essi poeti, pittori, scultori o commediografi. E in tal senso Venezia è una miniera d’oro! 
Caratterialmente, i veneziani hanno diverse sfaccettature, sono tutto e il contrario di tutto: misurati e magnanimi, ingenui e maliziosi, concilianti e rissosi, pigri e risoluti, sempre, comunque, arguti e pervicaci.
Chissà quale mestiere avrebbe fatto il "Nostro" se invece di nascere nella Serenissima, fosse nato in un’altra città. E’ vero che anche durante il suo soggiorno francese scrisse svariate commedie di succeso, ma è nella città natale che creò i suoi capolavori: La Locandiera, Sior Todero brontolon, I rusteghi, Le baruffe chiozzotte, etc. garbati affreschi di varia umanità, scritti con l’animo aperto al sorriso e la certezza che ogni vicenda, anche la più imbrogliata, si può infine risolvere. 
I personaggi sono figure del popolo, ma mai trascendono o danno in escandescenza, mai sono violenti o sguaiati, anche quando le situazioni sono estreme, come ad esempio nelle Baruffe chiozzotte, un acceso contrasto fra alcuni pescatori di Chioggia.
Quel che muove l’autore è un sentimento positivo ed ilare della vita; egli è sorretto - almeno inizialmente - da un ottimismo di fondo che lo induce a sdrammatizzare gli episodi spiacevoli che a volte s’incontrano sul proprio cammino. Quello di minimizzare le avversità è un sentimento comune a tutti i veneziani, che, pur messi a dura prova, non si piangono addosso e sanno riacquistare la propria serenità.  
Nella Laguna, Goldoni ha a disposizione la materia prima per scrivere, ovvero una società composita, fatta di nobiltà, borghesia e popolino.


La Venezia del XVIII secolo è un centro che ha perduto la sua antica grandezza e vive un lento declino. L’aristocrazia non ha più interesse per le iniziative mercantili ed investe le proprie ricchezze nell’acquisto di terre e beni immobili. Anche le attività artigianali segnano il passo; soltanto il commercio risulta abbastanza florido, grazie all’affermarsi di una borghesia solida e illuminata, che diventa pertanto il volano dell’economia locale.
Ed è proprio a quest’ultima classe sociale che Goldoni volge la propria attenzione, celebrandone le virtù e criticando, di contro, le mollezze, gli sperperi e il conservatorismo dell’aristocrazia. 
L’autore riconosce alla borghesia una certa misura ed una moralità naturale, istintiva, non bigotta, e per questo motivo la rende protagonista delle proprie opere. 
Anche il popolo sembra essergli simpatico, perché privo d’ipocrisia e dotato di acume e buon senso. 
Ecco che la sua scena si affolla di artigiani, studenti, gondolieri, osti, comari, servette, personaggi che animano bozzetti di vita ordinaria, resi ancor più realistici dall’uso del dialetto locale, musicale, immediato e spontaneo. 
Sono dunque i personaggi più umili e meno in vista che caratterizzano la Venezia goldoniana, meglio di quanto possano fare i notabili con la loro “pompa” ed i loro stravizi. 
Ma all’epoca Venezia è considerata un centro di secondo piano e così diversi scrittori preferiscono prendere a modello le opere famose di Parigi e di Londra, divenendo in tal modo seguaci delle correnti culturali dominanti in Europa. 
Goldoni, che pure è stato all’estero e sa benissimo quale vento spira, resiste a questa tentazione, intuisce che a fare veramente la storia sono le classi subalterne, col lavoro, la costanza e la sagacia; per questo motivo eleva i ceti più modesti a protagonisti  delle proprie opere. 
Oltre all’introduzione del copione scritto per intero, è qui la sua innovazione più importante, la sua “rivoluzione culturale”: rendere protagonisti gli uomini comuni.
E' convinzione diffusa, specialmente fra i critici, che l'Italiano sia artista meno valente del suo collega francese: Moliere; questo però è un errore grossolano, perché anche Goldoni seppe cogliere l'ironia della vita, pur se la celò con discrezione fra le righe delle opere, nelle impercettibili pieghe d'un sorriso, in uno sguardo malizioso o in un piccolo gesto. 
Goldoni occupa nella storia del teatro il posto che gli compete ed anche grazie alle sue commedie che Venezia tornò lentamente a riprendersi, ad esser grande come in passato, centro di vita civile ed operosa, riassurgendo così a metropoli e straordinario palcoscenico del mondo.

venerdì 17 giugno 2016

"DI FRONTE ALLA TUA ISOLA" (video/versi)


(Dedicata a Ugo Foscolo)

video

Da un'altura sulle 
coste di Cefalonia,
ho visto finalmente
la tua Isola!
Coronata da  
bianchi e lievi cirri
(come fiocchi 
di zucchero filato 
sospesi nell'azzurro)
e adagiata in un
mare di cristallo,
Zacinto è là,  
come tu la vedesti 
l'ultima volta
dal ponte della nave
che ti condusse 
al tuo eroico destino.
Zante, col suo dolce profilo,
magnifica, superba, 
perla fra perle rare,
solo un po' malinconica,
come chi sa che ha perso
il suo figlio migliore.
Io giunsi a quell'altura 
sul mare, dalla sterpaglia,
per aspri e bui sentieri,
e grovigli di rovi,
con l'animo in tumulto,
per aver creduto 
in ciò che non è.
Poi, ad un tratto, la luce,
quella che irradia un luogo 
sul quale brilla un astro.
Così, a quella vista,
di fronte alla tua Isola,
il cuore si placò,
perché una musica,
che veniva da Oriente,
pervase l'aria e
accompagnò il sole
sino all'orizzonte.
Riconobbi in quel suono
il tuo bel canto, Nicolò, 
la tua voce soave,
eterna come la tua Zacinto,
alla quale un giorno approderò, 
per baciarne il suolo, 
sciogliere al vento 
questi scarni versi
e respirare anch'io 
la sua aria incantata.

Nigel Davemport

giovedì 9 giugno 2016

L'AMORE MALATO



In questi giorni, tutti i mass media riportano i gravi episodi di violenza di genere che si stanno verificando nel nostro paese, alimentando così un proficuo ed appassionato dibattito. 
Mi sembra giusto che, per una volta, accantonando i consueti toni ironici e spensierati, anche qui si dia spazio a qualche riflessione sullo spinoso e delicato argomento.
Com'è noto, la violenza  contro la donna comprende tutti gli atti che le provocano danni o sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche o economiche, compresa naturalmente la privazione della vita.
La violenza, purtroppo, fa parte dell’essere umano, gli appartiene da sempre; essa dipende prevalentemente dall’indole, ovvero da una tendenza più o meno innata all’aggressività, ma è pure il risultato di diverse componenti: cultura, ordinamento sociale, educazione familiare e scolastica, frequentazioni e interessi.
La violenza, quella che si verifica fra le mura domestiche ed assume talvolta i caratteri della tragedia, si manifesta quando qualcosa nella coppia esplode e l’interesse del maschio per la propria partner si trasforma in un impulso abnorme, una sorta di fuoco che divora i sentimenti positivi, per dare la stura a forme di vessazione e aggressione, che possono arrivare sino all’annientamento fisico. 
Di solito, una situazione simile si verifica quando la donna decide di abbandonare il proprio compagno. E allora che può scatenarsi il dramma.
Ma cosa scatta nelle mente degli uomini per spingerli a commettere degli atti tanto efferati? 
Il fatto è che l'evoluzione della condizione femminile ha avuto un percorso lungo e tormentato, ma una soluzione improvvisa. A partire dalla metà del 1900 la donna si è vista riconoscere finalmente i propri diritti. In cinquant'anni, ha ottenuto dalla società quello che non è riuscita a strapparle in vari millenni. 
Ma se la legge ha riconosciuto i suoi diritti, così non è riuscito a fare l'uomo, o almeno l'uomo reazionario e retrivo, che ha una visione alterata del vincolo di coppia e ritiene di detenere un diritto di esclusività sulla partner, crede cioè di esserne il padrone!
E' chiaro che, quando si analizzano fenomeni complessi e diffusi, si corre il rischio di generalizzare e fare di tutt’erba un fascio, ma è certo che nei soggetti aggressivi persistono delle idee primitive e distorte del rapporto a due, segno di una mancata evoluzione psicologica e sociale.
Quando all’idea abnorme del ruolo femminile si aggiunge pure la gelosia, una gelosia esasperata, patologica, è possibile che si verifichino delle condotte lesive, più o meno gravi, nei confronti della donna.
Contrariamente a quanto si crede, i violenti sono dei deboli; essi non hanno la capacità di elaborare le contrarietà e darvi una risposta razionale ed efficace; soffrono di una fragilità emotiva che impedisce loro di superare un ostacolo o accettare un abbandono. 
Costoro, talvolta, esplicitano la loro aggressività con la durezza e l' arroganza, altre volte mostrano tranquillità, sicurezza, persino spavalderia, ma in realtà hanno una scarsa autostima e, di fronte a situazioni frustranti, non sanno fare altro che aggredire o eliminare la causa del loro disagio. Spesso, questi ultimi hanno delle personalità complesse, sanno celare i propri limiti e le proprie “manie”, per cui vengono descritti come "persone tranquille". 
Talvolta, questi soggetti sono affetti da una sindrome di tipo paranoide che gli studiosi chiamano: delirio di onnipotenza; esso si manifesta quasi esclusivamente nei confronti della propria compagna (o ex compagna) con azioni dispettose, dispotiche o violente, tese ad affermare la propria autorità.
Prescindendo dai fenomeni che riguardano altri paesi, dove si registrano percentuali di violenza davvero impressionanti, in Europa sono la Danimarca  (52%) la Finlandia  (47%) e la Svezia (46%) le nazioni col maggior numero di atti prevaricatori contro le donne. L'Italia (30%) sta al di sotto della Francia, il Regno Unito e il Lussemburgo. La Polonia invece si attesta all'ultimo posto con il dato più basso, il 19%.
Desta una certa sorpresa che proprio nei paesi considerati più progrediti, vi siano dei livelli di violenza così alti, luoghi dove il benessere economico e l’emancipazione femminile farebbero pensare a una buona qualità dei rapporti fra i sessi. Tuttavia, lo stupro e altre forme di violenza restano un'allarmante realtà che ogni anno compromette la vita di migliaia di donne.
Purtroppo nei paesi scandinavi esiste la piaga dell’alcolismo, che non favorisce certo il rispetto della donna. Anche la mentalità di tipo pragmatico e solipsistico che vige in quelle aree geografiche e, più in generale, nei paesi anglosassoni, potrebbe essere una delle cause della violenza sulle donne.
La soluzione più immediata è certamente quella di migliorare le attività di prevenzione e fornire maggiore assistenza alle vittime, esortandole a denunziare i torti subiti.
Ciò, naturalmente, non è sufficiente ad arginare un fenomeno preoccupante, di dimensioni planetarie, occorrono rimedi organici, efficaci e duraturi.
In primo luogo, bisogna sensibilizzare gli individui al rispetto della donna, sin da piccoli. Non basta educare alla sessualità, occorre ripristinare la civiltà dei sentimenti! Deve diventare ben chiaro che il rispetto e l'amore si ottengono soltanto rispettando ed amando la propria compagna. 
Scuola e famiglia dovrebbero assumersi il compito di educare, tenendo presente che la posta in gioco è altissima.
Non si tratta di impartire regoline o rigidi precetti, ma di insegnare ad affrontare le contrarietà, in special modo le delusioni sentimentali, con raziocinio, senza che se ne faccia una tragedia. 
Quello che spesso manca nei paesi occidentali è un'adeguata educazione emotivo-affettiva, che continui oltre la scuola dell' infanzia e contribuisca a migliorare l'equilibrio personale dell'adolescente e del giovane, specialmente la capacità di reagire alle frustrazioni in modo adeguato, affrontando le inevitabili avversità della vita con maturità e, magari, con un pizzico di sana ironia. 
Al costante dialogo dovrebbero affiancarsi delle strategie che favoriscano i processi sublimativi, attraverso la pratica di attività creative ed artistiche: pittura, scultura, scrittura, teatro e cinematografia.
Bisogna abituare i maschi a comprendere l’altro sesso, accantonando i soliti stereotipi della donna “angelo del focolare”, “foriera di vita”, "icona salvifica" e "angelo santo". 
Si deve raccontare la verità, cioè che essa è "uguale" al maschio e, sebbene fisiologicamente diversa, ha i suoi stessi bisogni, le sue stesse ambizioni, i suoi stessi diritti. 
Non deve destare più sorpresa che ella tenda ad emanciparsi e affermarsi esattamente come l'uomo. 
Soltanto dal superamento dei preconcetti e dei luoghi comuni può ripartire il riscatto femminile. 
Solo se maschi e femmine cominceranno a comunicare, rivelandosi totalmente e reciprocamente, potranno sperare in un futuro migliore, in una serena e pacifica convivenza. 

                           Nigel Davemport

domenica 29 maggio 2016

QUESTO STRANO MONDO



Questo nostro mondo è strano, se non proprio matto. Ne succedono di tutti i colori.
Ieri, in tram, due tipi  chiacchieravano fra loro, uno diceva all'altro: Il numero dei miei figli è determinato dalle letture di mia moglie. Tre anni fa lesse "I due orfanelli" ed ebbe due gemelli; l'anno scorso le capitò sottocchi "I tre Moschettieri" e ne partorì tre.
Oh, perbacco! - esclamò l'altro, impallidendo.
Che c'è? - chiese l'amico.
-Mia moglie sta leggendo la "Carica dei centouno!".
Ma sentite quest'altra: quando, alcuni mesi fa, comunicai a Mariella che mi sarei assentato dall'Angolo per un certo periodo, esclamò: Se manchi tu, corri il rischio che i lettori diminuiscano. 
Al che, mi si allargò il cuore e pensai: Guarda questa donna quanta stima ha di me! 
Subito dopo la carina aggiunse: Ma ne corri uno più grosso... che i lettori aumentino!
Non parliamo di quanto strana sia la mia famiglia. 
La settimana scorsa, Giovy volle regalarmi delle scarpe nuove. Ne fui ben lieto, quelle che avevo erano veramente malridotte, al posto delle suole c'erano dei fogli di carta.
Voi direte: Che c'è di strano in un dono?
C'è che le scarpe nuove durarono solo due ore; infatti, appena poggiai il piede su un mozzicone acceso andarono letteralmente in fumo! Quell'impunita aveva preso delle scarpe cinesi, fatte di polistirolo pressofuso; costo, scatola compresa: tre euro e cinquanta! 
Mia figlia, altro punto dolente, s' è messa in testa di fare la reporter, ha detto che vuole vincere il Pulitzer. 
Grazie a certe conoscenze in alto loco, sono riuscito a farla assumere come tirocinante in una prestigiosa testata: "La Gazzetta condominiale". 
La novella Fallaci ha scritto una decina di pezzi. Questi alcuni titoli:


1-Sfugge all'incendio, ma muore assiderato.

2-Assunto al comune giardiniere allergico alle piante.


3 -La nota diva aspetta un bebe' dal suo gorilla.


4 -Rimasta con nove uomini, la Casertana ha dovuto cedere.


5- 20.000 invalidi in corsa per un lavoro.


6-Imputato a piede libero si presenta scalzo in aula. 

7 -Presto la squadra cittadina acquisterà un calciatore che è una bomba: Ordinho!

E per concludere, vi racconto quest'altra: l'altro giorno acquistai un libro per quello sciagurato di mio figlio. Titolo: "Come vincere la droga".
Appena glielo consegnai, lo guardò e disse: -Vabbè, lo leggo, ma c'è scritto come vincerne molta?
In mezzo a tutta questa gente strana, io sono il più equilibrato. Ad esempio, sono per le partenze intelligenti, l'anno scorso sono partito a giugno, ma le ferie me le avevano concesse ad agosto!

                     Nigel 

lunedì 23 maggio 2016

IL MIO TEATRO



Il mio teatro è mio.
Ha il colore del cielo
ed ali di gabbiano.
Piccolo o grande
è il teatro mio.
Tranne gli affetti cari
è tutto quel che ho.
Ci penso e nel crearlo
ci metto ciò che voglio:
burle o discorsi seri
banalità, poesia
favole o fatti veri.
Pur se non fa clamore
e giace in un cassetto
quello è il teatro mio.
Ci sconfiggo la noia
passo intere giornate
a almanaccare storie
ad imbastire trame
a cucir personaggi.
Ma non sono fantasmi
questi eccentrici tipi
per me sono reali.
 Non sono capricciosi
    nè furtivi svaniscono.   
Mi stanno sempre accanto
e se mi vedono afflitto
corrono a consolarmi.
Conoscono il mio cuore
e quando sbaglio
sanno perdonare.


Nigel Davemport


mercoledì 18 maggio 2016

PERFETTI SCONOSCIUTI (Recensione film)




“Siamo tutti fedifraghi, becchi o bugiardi”, questo è in sintesi il messaggio che il regista Paolo Genovese lancia con la sua recente pellicola: “Perfetti sconosciuti”, in cui tre coppie più un amico spaiato si riuniscono per cenare assieme e decidono di condividere tutte le chiamate e i messaggini che riceveranno nel corso della serata.
Collocati i rispettivi smartphone al centro del tavolo e attivato il viva voce, danno inizio a un gioco che si rivelerà molto increscioso e a tratti angosciante, in quanto, con l'alternarsi dei vari sms e delle telefonate, verrà fuori che ognuno dei commensali ha qualcosa da nascondere al proprio partner e agli amici del gruppo.
Il regista romano ha raccontato che a suggerirgli la trama dell’ opera è stata una frase contenuta in Cent'anni di solitudine, di Garcia Marquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta”, così ha pensato di mettere a nudo quella segreta. 
Egli, in sostanza, si è chiesto: “Cosa succederebbe se alcune persone partecipassero a una sorta di gioco della verità, svolto attraverso il telefonino?"
Così è venuta fuori una carrellata di frottole, tradimenti, accuse reciproche, piagnistei, imbarazzi e un'inattesa quanto sorprendente riconciliazione finale, per la serie: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammece ‘o ppassato”, che non è un contentino consolatorio per gli spettatori sentimentali, ma ciò che l’autore intende dimostrare e cioè che i rapporti umani, specialmente quelli affettivi, si reggono sull’ipocrisia.
Una conclusione che piace molto ai sostenitori del film, tant’è che Federico Gironi ha scritto su "Coming Soon": “Perfetti sconosciuti è un film cattivo, e che sempre ne sia lodata la cattiveria. Un film che smorza nella romanità popolare… la prosopopea borghese del cinema più “alto” che ha questo genere d'impianto: quello, appunto, che ammicca al suo pubblico, con complicità intellettuale e di classe, proprio quando vuole strappargli di dosso la sua maschera e le sue ipocrisie…" una difesa alquanto opinabile, in primo luogo perché si attarda ancora in distinzioni viete e sorpassate (oggigiorno le differenze di classe esistono solo in termini economici) e poi perché è noto che ultimamente i cineasti non fanno altro che grattare il fondo del barile, per dimostrare quanto sia perfida e deprecabile l’umanità, alimentando un gioco al massacro, che serve solo a legittimare la dose di cinismo già imperante.
Fatta salva l'attenta scelta del cast e l'ammirevole interpretazione degli attori, fra cui spiccano Mastandrea e Rohewacher, “Perfetti sconosciuti”, lungi dall’essere un illuminante brandello di verità, è un’ accozzaglia di luoghi comuni, con troppe coincidenze, troppi colpi di scena, troppa faciloneria, troppe battute scontate, troppo tutto! 
Il film ha messo in scena una manica di nevrotici e sfigati e non si sarebbe dovuto titolare “Perfetti sconosciuti”, ma “Ingenui da ricovero”, perché chi ha veramente qualcosa da nascondere, ovvero una doppia vita, possiede anche una doppia sim o un doppio cellulare e non si mette certo a sbandierare i fatti propri a destra e a manca. 
Se è vero che la realtà non è tutta rosa e fiori ed è contrassegnata certamente da ipocrisie e piccoli o grandi inganni, è altrettanto vero che non è quella dipinta da Genovese che, nell'ansia di profetizzare la fine della sincerità e la crisi della coppia nell'era tecnologica, ha perso un'occasione per fare un film degno della grande Commedia all'Italiana. 

                       Nigel Davemport