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mercoledì 17 dicembre 2014

CHE COSA SONO LE NUVOLE?

Il cinema di Pasolini fra innovazione e poesia

* * *
La vita è il sogno d’un sogno, ovvero la rappresentazione di una rappresentazione, questo sostiene Pasolini in “Che cosa sono le nuvole?” (uno degli episodi del film “Capriccio all’Italiana”) opera fra le sue più significative,  intrisa di novità e di poesia.
 Per esprimere la propria idea, il regista fa ricorso ad una “mise in abyme”, espressione francese che significa: “collocazione all’infinito” e che nell’arte figurativa e letteraria sta ad indicare un abile gioco di specchi in cui vengono proposti più livelli espressivi o narrativi, o, se si preferisce, più contenuti, un po’ come succede con le scatole cinesi, in cui una nasconde l’altra.
 “Che cosa sono le nuvole?”, girato nel 1967, è la messinscena di un famoso dramma shakespeariano: l’Otello. A realizzare tale messinscena sono dei personaggi inconsueti, cioé degli uomini-marionette, impersonati da attori del cinema comico, segno dell’importanza che il regista bolognese attribuiva agli artisti del genere.
 Pasolini colloca la vicenda in un teatrino di terz’ordine e riduce all’osso la trama della tragedia per renderla accessibile ad un pubblico semplice, ingenuo e “sprovveduto”: Jago, invidioso di Cassio, che ha appena ottenuto un’importante incarico da Otello, fa credere a quest’ultimo che la moglie Desdemona lo tradisce proprio col suo fido luogotenente.
Jago, che nel cortometraggio ha il volto contrassegnato da un eloquente colorito verde-bile, si procura un fazzoletto della donna e lo esibisce al marito come prova della sua presunta infedeltà. Otello cade nell’inganno e, pazzo di gelosia, decide di punire Desdemona con la morte.
 La tragedia sta per consumarsi sino in fondo, secondo il copione originale, ma gli spettatori, incapaci di distinguere fra finzione e realtà, non accettano l’iniqua conclusione, così irrompono sul palcoscenico e uccidono Jago ed Otello, portando poi in trionfo Cassio e Desdemona. 
 A questo punto il burattinaio decide di liberarsi di Jago ed Otello, i due attori- pupazzi che, a suo avviso, hanno fatto fallire lo spettacolo e sono divenuti ormai inutili; li fa caricare su un camion, il cui autista va subito a gettarli nello sversatorio dell’immondizia, accompagnando il “rito” con un canto. (Vedasi clip in calce)
Mentre sono semi-sepolte dai rifiuti, le marionette scorgono per la prima volta il cielo, dove fluttuano dei lievi cirri bianchi.
-Ihhh… che sono quelle? - chiede Otello, visibilmente sorpreso.
-Sono le nuvole - risponde Jago
-E che sono le nuvole? – replica l’altro.
-Mah… - dice Jago.
-Quanto so' belle! Quanto so' belle!” - esclama Otello.
-Ah, meravigliosa e straziante bellezza del creato! – conclude Jago, con un lungo sospiro.
 Sino ad allora, i due erano stati marionette, pupazzi appesi a un filo, oggetti nelle mani del burattinaio-padrone e perciò incapaci di assumere coscienza della propria realtà e del mondo circostante. Soltanto nel momento in cui questo legame si spezza, diventano creature libere e possono scoprire “la meravigliosa bellezza del creato”. Ma purtroppo tale liberazione coincide pure con la loro morte.
In quest’epilogo è possibile cogliere alcuni fondamentali aspetti del film:  l’allusione all’ineluttabilità della sorte dei puri, dei semplici; l’accenno ai condizionamenti che la società borghese esercita nei confronti delle classi subalterne; ed è rilevabile pure un’istanza di spiritualità dell’autore, non mediata dall’esterno.
 Per comprendere appieno la novità introdotta da “Che cosa sono le nuvole?” bisogna esaminare la sequenza in cui Pasolini mostra un famoso quadro di Velàsquez “Las meninas” (che appare assieme ad altri dipinti-locandine esposti all’ingresso del teatro) un’opera pittorica importante, complessa, considerata uno dei prototipi di “struttura in abisso”, nella quale le figure, riflesse in uno specchio, assumono molteplici apparenze e ulteriori valori semantici.
 A confermare il meccanismo ricorsivo pasoliniano, ovvero la tendenza a frammentare le situazioni, rimandando l’interpretazione di una ad un’altra e così via, in una sorta di processo all’infinito, è lo scambio di battute fra Otello e Jago, in cui il primo chiede: - Ma perché dovremmo essere così diversi da come ci crediamo?- e Jago risponde - Eh, figlio mio, noi siamo in un sogno dentro un sogno.       
Il riferimento all’opera del grande pittore spagnolo sta ad indicare l’intento del regista di ricorrere a un nuovo modo d’indagare la realtà, osservandone appunto le differenti sfaccettature. Pasolini, in effetti, parte dalla constatazione che la realtà è inafferrabile, sfuggente, per dare vita ad una sorta di “cinema decostruzionista”, in cui le varie componenti narrative non sono scisse definitivamente, né vanno a costituire un disordinato coacervo di contenuti a se stanti, ma finiscono col confluire in un unico racconto, come se il medesimo soffio ispiratore alitasse incessantamente sull’opera, dall’inizio alla fine, conferendole senso, spessore e dignità.
 Nel creare il suo film, Pasolini opera un’attenta suddivisione dello spazio, separando il palco (luogo dei personaggi e della finzione)  dalla platea (luogo degli spettatori e della realtà). Improvvisamente, sul finire della vicenda, fa in modo che i due spazi si fondano, attraverso l’irruzione del pubblico sul palcoscenico e l’abbattimento della cosiddetta “quarta parete”.
 A questo punto, appare evidente la volontà di dimostrare come le aspettative della massa (la volontà del pubblico in sala) possano confliggere con i sogni borghesi (l’opera shakespeariana col suo tragico finale; e l’interesse del marionettista-impresario che ambisce al successo dello spettacolo).
  “Che cosa sono le nuvole?” è impreziosito dalla presenza di interpreti come: Totò (Jago); Ninetto Davoli (Otello); Laura Betti (Desdemona); Franco Franchi (Cassio); Ciccio Ingrassia (Roderigo); Adriana Asti (Bianca); Francesco Leonetti (il marionettista); Domenico Modugno (l’autista del camion); tutti provenienti dall’avanspettacolo e dotati perciò di particolari requisiti attorali.
Magistrale, ad esempio, la prova di Totò e Franco Franchi, che, grazie alle loro connaturate doti istrioniche e alla lunga gavetta giovanile, riescono a raggiungere livelli d’impareggiabile bravura. I due danno vita ad una gustosa pantomima, nella quale si muovono con gesti coatti, trattenuti, si scrutano, assumono espressioni fanciullesche, stupìte, agendo con una tale misura, da sembrare degli autentici pupi siciliani.
 E’ forse proprio questa loro duttilità, questo sapersi piegare alle leggi dello spettacolo, senza rimanerne schiavi, ma riuscendo a conservare il proprio marchio, la propria impronta creativa, a renderli eterni.
Particolare significato assume la presenza di Totò-Jago, che pronunciando la frase: “Ah, meravigliosa e struggente bellezza del creato!” chiude l’episodio e chiude pure la propria carriera d’uomo e d’artista: morirà infatti un mese dopo aver terminato le riprese del film.  
 L’ultima sua battuta somiglia più alla persona che alla maschera. La prima, come si sa, era seria, pensosa, riservata, persino malinconica; la seconda comica, irriverente, surreale, capace di divertire il mondo intero con smorfie, gag, trovate ed una verve davvero inesauribile.
 Nessuno meglio di Totò e dei suoi compagni avrebbe potuto rappresentare l’eterna dicotomia fra l’uomo e la maschera, la realtà e la finzione, il concreto e l’astratto.
 Pasolini l’aveva capito bene, perciò affidò a dei comici il compito d’interpretare il suo cortometraggio e inaugurare così una nuova stagione espressiva. Scelse attori popolari, lontani dai paradigmi del teatro classico e dall’accademismo elisabettiano, artisti naturali, spontanei (grandi come soltanto gli umili sanno essere) e capaci perciò di coniugare, in un’originale e straordinaria sintesi, Cinema e Poesia.   

Video tratto dal web e condiviso secondo le norme di YouTube

22 commenti:

  1. Sempre approfonditi e intessanti i tuoi articoli, guardiano, in cui interpreti l'animo, di grandi della nostra arte, accentuando il significato più intenso di loro opere di rilievo
    Buon mercoledì e un caro saluto, silvia

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    1. Buonasera Silvia,
      innanzitutto grazie per l'assidua presenza;
      sei stata gentile a "sciropparti" un articolo che - almeno giudicare dall' affluenza- interessa poco o niente.
      Un cordialissimo saluto.

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  2. conoscevo già quest' articolo...lo lessi su un giornale... ed è incredibile quante cose sei riuscito a spiegarmi di questo film di pasolini
    grande guardiano!
    bacini
    ciauuu
    esmeralda

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    1. Ciao Vale,
      grazie di cuore per l'affettuosa attenzione.
      Un bacione e a presto!

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  3. Caro Guardiano, con i tuoi articoli tu ci porti nel mondo delle belle commedie all'italiana, quelle commedie che se anche qualche parola non la capisci per bene è però facile immaginarla, grazie caro amico, che con questo post sai farci ancora sorridere, ne abbiamo bisogno!
    Buona giornata con un abbraccio.
    Tomaso

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    1. Caro Tomaso,
      il film che ho ( indegnamente) recensito è stato girato da un grande, in vita purtroppo vituperato e incompreso.
      Grazie per... l' intenzione ^__*
      Un abbraccio.

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  4. Come devo dirtelo che questi articoli scopiazzati dal web non interessano a nessuno!
    ;-(

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    1. > non interessano a nessuno

      Su questo - ahimè -sono d'accordo ;-(

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  5. Questa tua completa ed esaustiva recensione ci fa meglio conoscere la personalità del regista che è stato a volte travisato ed incompreso nella descrizione che ha dato della commedia umana ,ma apre le porte a riflettere sulla nostra esistenza che è come un delirio comico in cui ciascuno vorrebbe interpretare la propria parte ,ma il Manovratore confonde i vari ruoli sul palcoscenico della vita dove ci muoviamo come animali ammaestrati nel circo della vita.
    Bravo, un caro saluto.Cetty

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    1. Ciao Cetty,
      ottima e acuta sintesi; grazie per l'attenzione.
      Un salutone e a presto!

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  6. Ciao Guardiano, come sempre spieghi benissimo ciò che il regista volesse far capire, ed io l'ho visto ed ancor prima di arrivare a leggere i nomi degli attori, avevo capito chi erano, complimenti per come hai scopiazzato sul webb( come dice la Giovanna), tanto a chi non vuol interessare, non interessa, sai Pasolini mi è sempre piaciuto, peccato per la sua cruenta fine.
    Un saluto a te, a Giovanna che fa l'avvocato del diavolo ed a tutti gli amici dell'Angolo.

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    1. Ciao Gaetano,
      come ti anticipai, Giovanna scherza; l'unica cosa vera è che l'articolo interessa ben poco.
      Comunque, grazie di avergli riservato un po' del tuo tempo; è una cosa che apprezzo molto.
      Un caro saluto e a presto!

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  7. Sono sempre assai interessanti le riflessioni che ci mostri carissimo. Grandioso Guardiano. le nuvole per similitudine per molti aspetti sono come i nostri pensieri.

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    1. Buonasera Raffaele,
      nobile siculo e ardimentoso saracinu,
      grazie di cuore per l'interesse.
      Un abbraccio.

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  8. Caro mio Nigel, mi hai portato tra le nuvole.
    Recensione di unica bellezza, la tua.
    Interessante e sconvolgente e lo dico, non lo sapevo, Pasolini è un'anima eletta, uno che ha penetrato il senso della vita sino al midollo.... Cosa posso commentare? Ricchezza infinita questo atto artistico e ho riconosciuto tra gli attori i celebri Franco e Ciccio, Modugno con la sua voce.
    Ti ringrazio di cuore per questo viaggio nell'alto del cielo.
    Un abbraccio.

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    1. Ciao Gabry,
      sono lieto che il post sia di tuo interesse, ancor più se si considera la scarsa partecipazione registrata sinora.
      E' vero: Pasolini è un grande, ma sembra persino pleonastico ripeterlo ^__*
      Un forte abbraccio, amica!

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  9. Un'analisi che mette sagacemente in luce il tormento e il genio di Pasolini. Mi ha colpito il riferimento alla quarta parete, spesso spauracchio dell'attore esordiente. Al mio primo spettacolo qualcuno mi disse invece: "puntalo il pubblico, scoprilo, prendi confidenza, è lì per te, crea un ponte, non c'è un muro oltre la scena, c'è un altro mondo dove stai trasferendo il tuo" Fu un successo

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  10. Il discorso sulla "quarta parete" è importante e controverso e meriterebbe molto più spazio di quello destinato ad un commento.
    Personalmente, credo che la quarta parete, quella immaginaria, vada abbattuta soltanto in poche circostanze: ovvero quando si fa un teatro di denunzia (alla B. Brecht, per intenderci) oppure quando il testo è comico, a patto però di non gigioneggiare, un vezzo davvero imperdonabile.
    Grazie della partecipazione e buon w.e.

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    1. Parlando ad un regista comprendo perfettamente l'orticaria provocata: hai perfettamente ragione, ma non volevo parlare di ostentazione, mi sono espresso male: la quarta parete rimane - ossimoricamente - per lo spettatore. Tu puoi scavalcarla ma senza farti affatto notare. Se la conosci non la temi, ed è là che subentra Grotowski: l'attore recita ed è cosciente del suo potersi sdoppiare. ;)


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    2. Accennando al "gigioneggiare" non mi riferivo a te o a una tua esperienza personale, ma al fatto che molti teatranti sono tentati di abbattere la cosiddetta quarta parete, anche quando fanno Shakespeare!
      Naturalmente si può sperimentare ciò che si desidera (Grotoswski docet) ma non bisogna snaturare il teatro in ogni caso, facendone un luogo di personalismi, o peggio, di comizi!
      ^__*

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    3. Il post è magnifico, Nigel. E da assoluta ignorante ma solo appassionata dello scrittore Pasolini, non posso fare altro che leggere e rimanere in silenzio per meglio comprendere.
      Come quando leggo gli scambi di opinione tra te e Franco.
      Ti abbraccio e buona serata.

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    4. Buongiorno Mariella,
      apprezzo tantissimo quello che ha scritto.
      Ti ringrazio sentitamente e, in attesa di scambiarci gli auguri natalizi, ti abbraccio.

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