L' A N G O L O ..D E L.. S O R R I S O

- Non s'invecchia con l'avanzare dell'età, ma quando si smette di ridere -

Lettori fissi

giovedì 13 ottobre 2016

IL VAGABONDO E IL CIELO - Racconto



Qui starò bene - disse fra sé il barbone, mentre sistemava, l’uno sull’altro, dei mattoni di tufo, sino a formare un rozzo sedile su cui poggiarsi e consumare l’unico pasto della giornata. Compiuto il  lavoro, emise un piccolo sospiro di sollievo, sedette, cavò dalla vecchia bisaccia uno sfilatino di pane e mortadella e cominciò a mangiare. Dal punto in cui si trovava, uno spiazzo fra i campi situato nei pressi di un quartiere periferico, poteva distinguere il profilo della città. Negli ultimi riflessi del giorno, le case, i campanili, le chiese, sembravano incorporei, irreali, come dipinti sullo sfondo del cielo.
Il sole era tramontato da un pezzo, ma ancora mandava teneri bagliori, tingendo l’orizzonte d’un viola delicato, opalescente. Ora la brezza veniva giù dai colli, facendo oscillare le cime dei platani che fiancheggiavano il fiume, formando un lungo filare digradante. Fra i loro rami ferveva l' incessante andirivieni di volatili, che ritornavano al nido. 
Voci di bimbi persi nei trastulli risuonavano per le vie e giungevano sino a lui, per poi frantumarsi in tanti echi che si perdevano lontano. L’uomo masticava il suo cibo avidamente ed ad ogni boccone si sentiva pervadere da un senso di benessere. Stava digiuno dal giorno precedente e aveva fame. A un tratto avvertì un dolore alla testa, si portò la mano alla nuca ed esclamò - Ahi!  Quindi, si sollevò di scatto agitando i pugni ed imprecando con quanto fiato aveva in gola - Bastardi! Maledetti bastardi! – e, notando un furtivo movimento fra i cespugli, aggiunse - Lo so che siete lì, piccole carogne. Se vi prendo, vi tronco!
Non era la prima volta che i ragazzi gli lanciavano dei sassi, per poi sparire, correndo a perdifiato lungo i campi. Di solito, non tiravano a colpire, ma a volte capitava che qualche pietruzza lo prendesse in pieno, provocandogli, più che dolore, irritazione, un’indicibile irritazione che gli faceva maledire il mondo intero. Essere preso di mira, seppure da innocui perdigiorno, era una cosa che non gli andava giù. Si era trasferito fuori porta, proprio con la speranza di stare più tranquillo. Dormire in città era diventato rischioso, a un compagno era capitata una brutta avventura: una notte, alcuni balordi lo avevano aggredito e ridotto quasi in fin di vita.
Dopo qualche minuto, l’uomo riprese a mangiare, ma era piuttosto inquieto e preoccupato. Aveva le orecchie tese e gli occhi bene aperti ed ogni tanto si voltava indietro al fine di prevenire altre sorprese.
Terminato il suo pasto, volle mettersi comodo: allungò le gambe ed appoggiò le spalle ad un muretto. Dopodiché, estrasse dalla bisaccia una mezza bottiglia di vino e cominciò a bere. Intanto, intorno a sé era calato il buio. A un certo punto sollevò il capo, puntò lo sguardo verso l’alto e si mise a rimuginare sull’accaduto ad alta voce - Ci hanno preso di mira ‘ste  carogne:  pietre, sfottò, pernacchie e c’è pure qualche cornuto che ci va giù pesante. Che gusto ci provano? Perché fanno così? - E, puntando una mano contro il cielo, soggiunse - Ma con chi parlo! Che puoi saperne tu! Chissà perché mi ostino a ragionare con te -  Poi, abbassò il capo e tacque.  L’animo era  ancora in subbuglio e ce l’aveva su con tutto e tutti.
Ma quella non era una sera come le altre: l’aria era mite e l’estate quasi alle porte; il fragore del giorno si stava dissolvendo nella penombra ovattata del crepuscolo. Col passare dei minuti il vagabondo non udì più niente, tantomeno passi furtivi o voci sommesse alle sue spalle, soltanto il gracidare dei rospi spezzava il silenzio. Sembrava che il buio avesse inghiottito ogni suono. Il cielo intanto s’andava ricoprendo di stelle, come se una mano invisibile si stesse divertendo ad accenderle ad una ad una. Lo spettacolo era d’incomparabile bellezza: la volta sembrava una lavagna blu, illuminata da tante fiammelle e lui, volendo, avrebbe potuto scrivervi di tutto, persino la sua storia; e avrebbe potuto farlo davvero, visto che da giovane aveva studiato e frequentato pure l’università. Ancora rammentava dei versi che aveva scritto all’epoca, durante i momenti passati a meditare sul senso della vita. A volte li ripeteva sottovoce, per tenere la mente in esercizio: “Oltre la porta della mia stanza / ci sono altre stanze / Oltre la soglia di casa mia / ci sono altre case / Oltre i contorni del mio quartiere / ci sono altri quartieri./ Oltre le mura della mia città / ci sono altre città./ Oltre i confini della mia regione / ci sono altre regioni. / Oltre le frontiere della mia nazione/ ci sono altre nazioni. / Oltre i limiti di tutte le nazioni / c'è l'Universo”.
Dopo aver tracannato l’ultimo sorso di vino, rivolse nuovamente lo sguardo verso il cielo e disse: Se scrivessi la mia storia, a chi interesserebbe? Chi la leggerebbe? A nessuno frega niente di me. Vedi, pure se la raccontassi a te, tu non potresti darmi alcun consiglio. Che cosa sei? Nulla. Vuoto assoluto. E poi sei troppo lontano per ascoltare la mia voce - E sì dicendo, scaraventò via la bottiglia, si sdraiò per terra, poggiò la testa sulla bisaccia e riprese le sue considerazioni con tono più sommesso, quasi mormorando: “Storia di un vagabondo”. Se si stampasse un titolo del genere, sarebbe un fiasco, un grosso fallimento, tantopiù che la maggior parte della gente è convinta che quelli come me non hanno passato, nessun futuro e non hanno diritto ad un presente. Ma lui un passato l’aveva, anche se relegato in fondo all’anima. Ed ogni volta che ci scavava dentro veniva colto da un certo turbamento.          
Era nato cinquant’anni prima, in un paesino dell’Italia meridionale, una località di poche anime, posta sulla sommità di una collina. Qui, puntualmente, la domenica, subito dopo la messa, la gente si ritrovava nella piazza principale. Le donne indossavano le loro vesti migliori, di seta fine, ricamate a mano. Le ragazze più giovani, per farsi notare dai maschietti, sfoggiavano abiti vivaci, dalle tinte sgargianti, s’incipriavano il viso e consumavano i tacchi, a furia di camminare su e giù per il Corso. Questo rituale però non approdava a nulla: si risolveva per lo più in sospiri, sorrisi e impercettibili cenni della mano. Con gli occhi i ragazzi e le ragazze si dicevano di tutto,  dichiaravano le proprie preferenze e si scambiavano persino promesse. Nessuno aveva l’ardire di fermarsi a parlare per strada. Un comportamento del genere sarebbe stato considerato sconveniente, forse persino scandaloso. Perciò, gli amori clandestini erano rari e alquanto tormentati. Di solito, ci si fidanzava ufficialmente e le coppie potevano incontrarsi soltanto sotto lo sguardo vigile dei propri familiari.
La domenica, gli uomini anziani, seduti fuori al bar centrale, fumavano il sigaro o la pipa e chiacchieravano di politica con aria di saccenza. Non era raro che, fra una birra e l’altra, la discussione degenerasse e allora si vedevano i contendenti accalorarsi, inveire e talvolta venire pure le mani, cosa che provocava curiosità e ilarità fra i presenti.
Nei giorni festivi tutti erano presi dalla frenesia di uscire. Soltanto i  più vecchi restavano a casa. Così, li si vedeva fuori ai bassi, fermi, impassibili, seduti di traverso su una seggiola, col braccio poggiato alla spalliera e i tratti del viso scolpiti dal tempo, volti di contadini, operai e massaie, che raccontavano tutti la medesima storia, una storia di stenti, sacrifici e attesa.
Il vagabondo, da bambino, era conosciuto per la sua vivacità e socievolezza, ma col passar del tempo cominciò a cambiare: divenne timido, taciturno, riservato, prediligendo la solitudine ai consueti giochi coi compagni. La sua occupazione preferita era quella di sedersi sul tronco di un albero caduto, situato nella parte più alta del paese, e restare così, per ore intere, ad osservare l’orizzonte, con lo sguardo puntato verso il mare, che, data la notevole distanza, non poteva vedere, ma di cui sentiva l’inconfondibile profumo, trasportato sin lì dal vento di grecale.
Il mare… quante volte lo aveva immaginato! Quando finalmente lo vide, aveva sedici anni. Era reduce da una brutta bronchite e sua madre, su consiglio del medico, organizzò una gita sulla costa per fargli respirare un po’ di iodio. Fu una strana scoperta. Da un lato, quell’immensa distesa liquida lo attraeva e dall’altro gli procurava una strana sensazione di paura, una paura arcana che non riuscì mai a spiegarsi. Per un singolare caso della sorte, dopo quell’occasione non gli capitò più di rivedere il mare, ma rammentò per sempre quella gita: le barche a vela, il colore della sabbia e i colpi ritmati delle onde sulla riva.
In seguito, in età più matura, si accorse di preferire il cielo, profondo e sconfinato come il mare, ma etereo, irraggiungibile e forse, proprio per questo, più rassicurante. A differenza di tanti suoi simili, non lo considerava luogo celeste, oppure azzurro altare a cui elevare un’implorazione o una preghiera. Il suo era un rapporto alquanto singolare: di odio e amore. Spesso si rivolgeva al cielo confidandogli i propri pensieri, come si fa di solito con un vecchio amico. Ma a volte proprio il cielo lo sorprendeva per strada, allo scoperto, scaraventandogli addosso fiumi d’acqua e costringendolo a trovare un riparo in fretta e furia. In questi casi, lui sollevava gli occhi e lo malediceva con tutto se stesso. 
In un giorno di dicembre, mentre bighellonava in una delle tante strade cittadine, notò alcuni volumi abbandonati accanto a un cassonetto. Erano dei romanzi. Li raccolse, li spolverò alla meglio e li portò con sé. Durante le settimane successive ne lesse un paio, poi fu costretto a usarli per accendere il fuoco e riscaldarsi un po’. Gli pianse il cuore, ma quella notte faceva un freddo cane, la colonnina di mercurio segnava quattro gradi sotto zero. C’erano neve e gelo dappertutto. Un suo compagno, un vecchio un po’ malmesso di salute, non ce la fece e ci lasciò le penne. Lo trovarono all’alba, rigido, immobile, come uno stoccafisso, avvolto nella carta di giornale. Stranamente, aveva un’espressione serena, quasi soddisfatta. La morte lo aveva cinto nel suo abbraccio e lui l’aveva accolta col sorriso. Al funerale, predisposto dal comune, erano solo in tre dietro alla bara. Quel giorno, per la prima volta dopo tanti anni, si rese conto della propria solitudine e la notte sognò sua madre, scomparsa quando lui era ancora adolescente. La donna gli apparve giovane, sorridente, con i capelli scuri, lunghi sino alla schiena, una morbida cascata d’ebano. Nonostante avesse sette figli a cui badare, non mostrò mai segni di stanchezza o d’insofferenza; trovava sempre un po’ di tempo da dedicare a ognuno. Se non fosse morta prematuramente, avrebbe intuito il dramma che di lì a poco si sarebbe consumato nell’animo del figlio e forse avrebbe contribuito a limitarne le tristi conseguenze.
 A volte, il vagabondo si rammaricava di non aver portato con sé una foto di sua madre. Spesso la donna popolava i suoi sogni, ma erano quasi sempre visioni di distacco, di commiato, che al risveglio gli lasciavano dentro un velo di tristezza che lo accompagnava per tutta la giornata.
Il padre, invece, era quasi scomparso dalla sua mente. Le rare volte che lo vedeva in sogno, gli appariva enorme, gigantesco, con una voce tenebrosa e stridente, come un suono riflesso da pareti di ghiaccio.
Nella sua mente l’immagine del padre era ombra, più che corpo, qualcosa  di fosco, d’inquietante. Eppure, da piccolo aveva nutrito per lui una grande ammirazione. Il padre faceva il capomastro in un’impresa edile e il suo sogno più grande sarebbe stato quello di seguirlo in cantiere e vederlo all’opera mentre dirigeva gli operai. Ma questo desiderio non fu mai esaudito. Preso dai propri affari, l’uomo aveva poco tempo da dedicare alla famiglia e non pensava certo a soddisfare i suoi capricci. Aveva un carattere rude, autoritario e non sapeva aprirsi alle moine e ai sentimentalismi. Mai elargì una carezza al figlio. La sera, dopo cena, se ne andava a giocare a carte al club dei cacciatori e lì restava sino a notte fonda, riservando alla moglie scarsissima attenzione. Infatti, alla morte della donna, non sembrò particolarmente addolorato e poche settimane più tardi fu visto consolarsi fra le braccia di un’altra. 
Il vagabondo ebbe la sua prima esperienza amorosa a vent’anni. Prima d’allora i suoi impulsi sessuali avevano provocato in lui grossi conflitti e profonde lacerazioni interiori. L’incontro avvenne nel capoluogo, a casa di una ragazza vivace, emancipata e intraprendente, sua ex compagna di liceo. Lei era dolce, sensuale, aveva un corpo ben fatto e tumide labbra di geranio. Sin dall’inizio, fra i due si era stabilità una bella amicizia, ma nulla di più.
Dopo il diploma si erano persi di vista, ma si erano tenuti ugualmente in contatto, scambiandosi una cartolina di tanto in tanto. Poi, un giorno, s’incontrarono per caso e lei, senza tanti giri di parole, dichiarò di sentirsi attratta e di voler stare un po’ da sola con lui, quindi lo invitò a casa sua. Il giovane rimase stupito ed allo stesso tempo lusingato da quella rivelazione, ma non provando il medesimo interesse, avrebbe voluto declinare l’invito; alla fine non riuscì a dirle di no, anche perché la compagna seppe trovare gli argomenti giusti per convincerlo.
Il giorno dell’incontro era emozionato, gli batteva il cuore e prima di bussare alla porta della compagna esitò a lungo, chiedendosi ripetutamente per quale ragione fosse lì. Non era affatto convinto di ciò che stava facendo, ma doveva dimostrare qualcosa a se stesso. Quando spalancò l’uscio, la ragazza era avvolta in una vaporosa vestaglia, con un trucco leggero sul viso, che ne esaltava l’incarnato - Ciao! - disse, con gli occhi che le brillavano di gioia, gli dette un bacio sulla guancia e lui entrò. Bevvero un po’ di birra, accesero il giradischi, misero su un lento e iniziarono a ballare. Più tardi, lei lo pilotò accanto al letto, lo aiutò a svestirsi e sprofondarono insieme fra morbide lenzuola. La ragazza cominciò a baciarlo con tenerezza e lui le corrispose. Poi, d’improvviso, nella sua mente scattò qualcosa, per cui si sottrasse all’abbraccio, e, rosso in viso e con un filo di voce, sussurrò - Scusami, ma proprio non me la sento… non è questo che voglio - Quindi si alzò, si rivestì in fretta ed andò via, lasciando la ragazza  esterrefatta.
Dopo quelle due ore passate a casa della donna, molte cose cambiarono. E fu l’inizio di una nuova e dolorosa pagina della sua vita. In breve tempo la notizia del suo fallimento arrivò sino in paese. La ragazza aveva confidato a un amico comune l’accaduto e la cosa era passata di bocca in bocca, sino a diventare di dominio pubblico.In paese, cominciarono a guardarlo in modo strano. Qualcuno arrivò persino ad additarlo per strada, senza nascondere una smorfia di scherno. Una sera, il padre rientrò dal lavoro prima del previsto, lo convocò nella propria stanza e senza mezzi termini gli disse: Di’ un po’, ma tu fossi ricchione?! Lui, che non s’aspettava una sortita simile, avvertì un tonfo al cuore. In quel momento avrebbe voluto sprofondare, perché il padre aveva intuito la verità. Non replicò alcunché. Ebbe solo la forza di scuotere la testa, per negare. - Guarda – incalzò l'uomo - che se quello che si dice in giro è vero, puoi scavarti la fossa… perché t’ammazzo, ti levo dalla faccia della terra! - e sì dicendo, si allontanò, lasciandolo nella più cupa disperazione. Dopo quel colloquio, le cose precipitarono. Non c’era giorno che l’uomo non lo stuzzicasse, facendo apprezzamenti ironici sui suoi orientamenti sessuali, finché non provocò una chiassata tale, da rivoltare tutto il paese. Fu di mattina presto, un po’ prima dell’alba. Lui si stava preparando per recarsi all’università e il padre lo apostrofò dicendo - Vai dal tuo fidanzato? -  Per non soccombere, come faceva sempre, volle reggere il gioco e gli rispose con tono effeminato  - E dove, altrimenti! - Accadde il finimondo. Il padre si mise a urlare come un pazzo. Volarono pugni, calci e schiaffoni, dopodiché accorsero i fratelli e i vicini di casa, tirati giù dal letto da tutto quel frastuono. Fu in quel momento che prese la sua decisione. Mentre i fratelli cercavano di rabbonire il padre, lui sgusciò dalla sua stanza e guadagnò l’uscita di casa. Giunse in fondo alle scale, aprì il portoncino di metallo, varcò la soglia e s’incamminò per le vie del paese. Nonostante fosse aprile inoltrato, l’aria era pungente e gli procurò un brivido alla schiena. Sulle cime dei monti c’era ancora la neve. Superato l’abitato, imboccò la discesa, arrivò al boschetto dei faggi e tirò dritto, camminando finché glielo consentirono le gambe. Quando si fermò a riprender fiato, il paese non si vedeva più. Si sentì leggero, sollevato. Finalmente l’incubo era finito. Ma aveva ancora l’inferno dentro l’animo. Si guardò intorno. La campagna era tutta un’esplosione di germogli: pruni, peschi, nespoli, ciliegi.  - Di sicuro, quest’anno, ci sarà un buon raccolto - pensò fra sé, ma il sorriso che gli era comparso sulle labbra si spense subito, perché un piccolo stormo di rondini stava  passando proprio sul suo capo, volando in direzione del paese. Molte di loro avrebbero rifatto il nido sulla torre del vecchio castello, ovvero presso il suo luogo preferito, un luogo che molto probabilmente non avrebbe rivisto più.
Ripresa la marcia, si trovò presto a un bivio. Dinanzi a lui si aprivano due strade, una asfaltata e fiancheggiata da piante d’alto fusto, con i rami intrecciati che formavano un pittoresco tunnel vegetale, e l’altra disadorna, sterrata, che traversava un prato d’agrifoglio. Per qualche istante rimase incerto sulla direzione da prendere.
Sulla collina, intanto, il cielo trascolorava: dall’indaco stava passando gradualmente al rosa. Dopo qualche secondo, spuntò il primo raggio di sole e andò a posarsi sul sentiero sterrato. Lui scelse quello. Si strofinò le braccia infreddolite, si tirò su il bavero della giacca e s’avviò verso il proprio destino.
Ciò che gli capitò in seguito fu un’interminabile alternarsi di alti e bassi, di vicende riuscite e sfortunate. Affrontò lunghi viaggi. Vide  paesi inediti e grandi metropoli. Svolse mille mestieri. Subì la fame, il freddo e l’umiliazione dell’elemosina. Sperimentò l’amore mercenario. E conobbe la generosità degli uomini, ma pure la diffidenza, il pregiudizio e la malvagità; si rese conto che esistono delle persone dabbene, ma pure degli individui vuoti, che godono nel veder soffrire i propri simili. All'inizio, riuscì a svolgere qualche lavoretto pagato, ma roba da poco, per la maggior parte del tempo stette disoccupato e trascorse i suoi giorni per strada, dove la vita è dura, molto dura. Tutto gli sembrava estraneo, incerto, ostile, sì da provocargli una profonda avversione per il mondo. Spesso, di notte, avvolto dalle tenebre e attanagliato da una cupa angoscia, si domandava  - Che senso ha continuare a vivere! - E allora cominciava a pensare a come farla finita, a come dare un taglio al suo dolore.
Ma in quegli istanti lo soccorreva il cielo. All’improvviso, s’alzava un lieve zefiro e nell’impenetrabile cortina di nuvole si apriva un varco, un piccolo spiraglio ed appariva un astro o il pallido chiarore della luna. Ed egli riprendeva a respirare. Se il vento era costante, il cielo si sgombrava del tutto e diventava un’avvolgente e fulgida trapunta - Forse, solo per questo vale la pena... – si diceva in cuor suo il vagabondo.
Intanto, dalle profondità dell’etere proveniva un mormorio indistinto, un fraseggio di stelle, ritmato, musicale, come un’antica nenia, come una ninna nanna. E così s’addormentava.          
                               Nigel Davemport  
(Testo pubblicato / Tutti i diritti sono riservati)


52 commenti:

  1. Che meraviglia!!!! Bravissimo Nigel!
    Mi hai fatto provare i brividi e tanta commozione.
    Forse il tuo vagabndo vive di stenti ma meglio del padre/padrone. Sa apprezzare le piccole belle cose della vita.

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    1. Buongiorno Pat,
      ad essere sincero, io non sono né mi considero un narratore, ma sono lieto di averti regalato delle emozioni.
      Nel ringraziarti per il gentile riscontro, ti auguro una buona domenica.

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  2. meraviglioso!
    sei un grandissimo artista guardiano caro.
    tvb
    ciauuu
    esmeralda

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    1. Ciao Vale,
      lusinghiera come sempre.
      Grazie. Tvb
      A presto ^__*

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  3. Più che una storia di un barbone a me è sembrato il racconto di un periodo storico che precede il capitalismo cinico. Qualche accenno a un Dio che sembra assente, alla serietà del protagonista che rispetta una ragazza che si offre e tante descrizioni accurate.
    Bravo Guardiano!

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    1. Buongiorno Gus,
      considero un onore la tua attenzione ai miei post.
      Grazie di cuore, un salutone e a presto!

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  4. Caro Guardiano, ecco cosa mi piace qui.
    L'angolo del sorriso, oggi ha dimostrato la sua grande serietà, questo racconto, caro amico fa di te il vero poeta che tu sei!!! Complimenti du tutto cuore, caro amico.
    Ciao e buona serata, con un abbraccio e un sorriso:)
    Tomaso

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    1. Caro Tomaso,
      ti ringrazio per l'attenzione ma soprattutto per aver dedicato un po' del tuo tempo al mio racconto.
      Un forte abbraccio.

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  5. Un racconto molto bello, da cui trapela emarginazione e tanta solitudine.
    Per fortuna anche la speranza fa capolino, tra paura, rabbia, insoddisfazione e sogni infranti.
    Uno spiraglio luminoso che aiuta a vivere e a tirare avanti in un mondo dove tanti “vagabondi” passeggiano in cerca di quell’amore negato e calpestato.
    Complimenti Antonio, un gran bel brano, che emoziona e fa pensare.
    Un caro abbraccio

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    1. Buongiorno Betty,
      puntuale e precisa come sempre!
      Grazie di cuore e buona domenica.

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  6. Caro Guardiano,
    ho letto il tuo racconto soffermandomi diverse volte su alcuni punti che hanno catturato particolarmente la mia attenzione ... non ripeterò complimenti ovvi, che già ti sono stati fatti sulla stesura e bravura con la quale narri saggiamente questa delicata storia di vita ... fondamentalmente ci lascia un grande insegnamento ... quello che la vita, comunque ti tratti, comunque sia vissuta intensamente in tutte le sue sfaccettature buone e amare, va vissuta fino alla fine; attraverso le esperienze di questo personaggio, si capisce come la strada sia la vita stessa che corre su due rette parallele. Ti fanno intuire il mondo sotto occhi diversi, occhi di chi nonostante tutto, spera sempre in un nuovo inizio, un punto di partenza sotto stelle speranzose che gli permetta nella drammaticità della propria esistenza, di guardare ancora, nonostante tutto con gli occhi rivolti al futuro. Il dolore e la disperazione di questo personaggio, danno la forza per non smettere mai di sognare. Un abbraccio.

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    1. Buongiorno Stefy,
      credo che la tua rilettura sia molto rispondente al contenuto ed allo stesso messaggio del brano.
      Grazie di cuore e a presto.

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  7. Un saluto affettuoso a tutti gli amici ed amiche dell'Angolo, ai quali va la mia comprensione per esseri sciroppati questo lungo e noioso sproloquio ;-)

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    1. Sei una bella e succosa ciliegia spiritosa cara Giovy :-)
      Un caro saluto da parte mia e buon fine settimana!

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    2. Grazie Betty,
      e tu sei una bella, intelligente e cara amica dell'Angolo ;-)

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    3. Ahahah Giovy, un saluto e un abbraccio grande.

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    4. Ciao Mariella,
      un abbraccio grande anche a te ;-)

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  8. Complimenti per il reale racconto
    ciao Nigel buon fine settimana

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    1. Ciao Tiziano,
      gentilissimo, grazie per la presenza.
      A presto!

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  9. Bravo amico mio. Vivido racconto sull'imperfezione umana e sui suoi limiti. Ho seguito come davanti ad un film condividendo le sofferenze, le speranze e le delusioni del tuo protagonista.
    Che alla fine si sofferma a guardare le stelle simbolo della vita a volte troppo immensa per noi.
    Un abbraccio grande.

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    1. Buongiorno Mari,
      come accennavo più su, io non sono un narratore, né mi considero tale,
      ma le tue parole mi lusingano, perché provengono da una persona molto competente.
      Ti auguro una serena domenica e ricambio l'abbraccio.

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  10. Caro Guardiano, certo che quando incominci a scrivere, ci vuole che finisca l'inchiostro nella penna, Ti dirò che il paese su una collina può essere il capoluogo di dove abito, che quando ero fidanzato io, non potevamo uscire da soli, insomma hai descritto tante cose che ho assaporato, che dirti, solo fanne un romanzo da lasciare ai posteri(mi verrebbe da dire ai posteriori come i giornali)devo lodare il tuo modo di narrare e voglio pure ringraziare la Giovy, per essere stata la tua Dulcinea, l'ispiratrice di tante avventure e di saperti sopportare, lei è ironica al punto giusto.
    Un saluto a tutti.

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    1. Grazie per la gentile citazione, caro Gaetano.
      Buon fine settimana ;-)

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    2. Caro Gaetano,
      hai ragione, stavolta il mio post è alquanto lungo e spero vivamente di non averti/vi annoiato.
      Grazie, nobile amico, per l'attenzione ed il sostegno.
      A presto!

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    3. Caro Guardiano, non mi hai annoiato affatto, anzi mi ha incantato, solo mi domando, chissà perchè nessuna mi ha tentato di sedurmi, eppure ho gli occhi azzurri, sono regolare, 1,70, sono etero eppure nisba! Scherzo mi sono incantato alla tua narrativa ed hai ragione in moltissime cose, specie che c'è gente a questo mondo che ci gode a vedere propri simili essere in disgrazia.
      Ti ripeto non mi hai annoiato, anzi passo spesso a leggere ed il sorriso della Giovy mi fa immaginare che ti ispira tanto. Un saluto a tutti-e

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    4. Gentilissimo, grazie
      Ancora un caro saluto *___*

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  11. Non c'è niente che io possa aggiungere che non è stato già detto prima, quindi mi limito a dire che la storia del suo vagabondo mi è piaciuta molto e mi ha fatto vedere il mndo e la vita da un altro punto di vista.
    Flo

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    1. Ciao Florentina,
      bentornata all'Angolo del sorriso e, spero, delle emozioni.
      Grazie per il gentile riscontro.
      A presto ^__*

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  12. Un racconto che da i brividi.
    Hai un modo di scrivere delizioso.
    Grazie di aver aperto i commenti agli "anonimi", anche se tanto anonima non sono ;)
    Ester

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    1. > Un racconto da brividi

      Tanto è brutto ;-)

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    2. Ciao Ester,
      lieto della tua visita.
      Effettivamente, ho aperto anche ai commenti anonimi, anche perché sono comunque moderati.
      Un cordiale saluto.

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  13. Un racconto intenso e significativo, ispirato a un aspetto della realtà quotidiana...Molto apprezzato, un caro saluto a tutti,silvia

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    1. Ciao Silvia,
      grazie per la gentile visita.
      Un caro saluto e a rileggerci presto.

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  14. Sei un affabulatore capace di provocare, in chi ti legge, emozioni altalenanti, e meno male che poi lo splendore delle stelle rischiara tutto.
    Cristiana

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    1. Cara Cristiana,
      il tuo ponderato giudizio mi lusinga.
      Grazie di cuore e a rileggerci presto.

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  15. Davvero emozionante...coinvolgente. Un tema difficile trattato con delicatezza e sensibilità. Tutti i miei complimenti caro Nigel...
    Con stima e affetto
    Ligeja

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    1. Grazie per l'assidua partecipazione, gentile amica.
      Un caro saluto.

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  16. Un bellissimo racconto,scorrevole e piano,che suscita emotività di coinvolgimento dove la proprietà di linguaggio si fa strada nelle innumerevoli sfaccettature narrative che vanno dalla precisa descrizione paesaggistica alla sottile introspezione dell'animo ed infine allo scaturire delle emozioni più nascoste.
    I miei più vivi complimenti.

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    1. Buonasera Cettina,
      sintetico ma preciso ed esaustivo, il tuo commento.
      Un caro saluto e a rileggerci presto.

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  17. Ciao Nigel.
    Bellissimo questo tuo scritto, introspettico direi. Che potrebbe riguardare chiunque e non solo il barbone.
    Posso chiederti se ti sei ispirato a qualche autore del passato?
    Abbraccio e felice inizio settimana.

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    1. Buongiorno Pia,
      innanzitutto, grazie per la gentile partecipazione.
      Per scrivere questo brano mi sono ispirato ad un fatto realmente accaduto, alla storia di un clochard gay che, tempo fa, per difendere due ragazze dall'aggressione di alcuni imbecilli, finì in ospedale.
      Un caro saluto.

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  18. Ispirato alla realtà dunque.
    Grazie gentile amico per la tua pronta risposta. Salutistimi, ciao.

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  19. Gentilissima, Lory, grazie.
    Un saluto e a rileggerci, spero.

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  20. Un racconto davvero bello e ben scritto, un caro saluto
    Miss Artemisia

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    1. Gentilissima, grazie.
      Un caro saluto anche a te e a presto!

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  21. Nigel, sei forte e non aggiungo altro. Buona settimana.

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    1. E tu, Caro Elio, gentilissimo ^__*
      Cordialità.

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  22. Mi sono letta con vivo interesse il tuo racconto e tutti i commenti con relativa risposta . Che posso aggiungere io che non
    sia stato già scritto ? Complimenti ne hai avuti a josa e io li condivido .
    Una storia forte e delicata . A rileggerti .
    PS. Chi è quella strega di Giovy ?

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    1. Buonasera Laura,
      lieto di rileggerti.
      Grazie per l'attenzione e le parole di apprezzamento.
      In quanto a Giovy, è una tipa alla quale dedicherò presto un post, per farti/vi capire che razza di arpia è.
      Un cordiale saluto.
      .
      .
      .
      .
      .
      ^___*

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  23. Ciao Nigel,un racconto che non si allontana dalla realtà, nella quale la società di oggi convive (spesso assente).
    Con i tuoi racconti riesci sempre a coinvolgermi.
    Buon fine settimana
    Rakel

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    1. Buonasera Rakel,
      come spiegavo più su, rispondendo a Pia,
      il mio racconto è tratto da un episodio realmente accaduto, quando un clochard salvò due donne dall'aggressione di alcuni balordi. Per questo fatto, fu malmenato e finì in ospedale, meritando la medaglia d'oro al valor civile. Nell'occasione raccontò la sua storia ai mass media.
      Grazie della gentile visita e a presto.

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